L'idea per il progetto è nata durante il primo lockdown dovuto all'emergenza Coronavirus, che ha colpito a differenti livelli tutti i paesi dell'Unione Europea, mettendo alla prova la resistenza dei cittadini e la capacità di risposta di governi e organizzazioni. Al tempo, nel 2020, era ancora presto per avere un quadro completo, ma cominciavano già a emergere le prime stime riguardo alle conseguenze psicologiche e sociali del lockdown, esacerbate poi dal prolungarsi dallo stato di emergenza pandemica per i successivi due anni. Una cosa però era per noi già chiara, e cioè che a fine pandemia non sarebbe stato importante solo il pensiero sulla ripresa economica e lavorativa, ma anche ricucire le esperienze individuali all'interno di narrative complesse e stratificate che aiutino ad elaborare e dare senso a quanto avvenuto e a selezionare e sviluppare strategie efficaci in vista di possibili futuri episodi simili. Ci siamo posti l'obiettivo di intrecciare il vissuto personale in un'analisi più ampia riguardante l'impatto sociale, in particolare dando rilevanza a quelle situazioni di "domiciliazione anomala o inesistente", dove isolamento e distanziamento sociale hanno comportato delle situazioni particolarmente complicate, rafforzando condizioni già presenti di svantaggio ed esclusione. L'intenzione era che un'analisi di questo tipo ci permettesse di individuare da una parte le criticità della situazione, dall'altra le pratiche positive ed efficaci messe in atto a livello locale ed europeo, per rispondere nel modo migliore alla situazione post-pandemica. La nostra associazione ha, tra gli scopi principali, quello di promuovere iniziative di formazione e di ricerca con metodi etnografici, per questo abbiamo organizzato una visita studio per operatori giovanili all’interno di un contesto in cui raccogliere dal vivo testimonianze rispetto alle difficoltà ma anche alle strategie e alle soluzioni creative messe in atto per rispondere ai disagi e all'isolamento provocato dai vari lockdown. La principale attività attorno alla quale è ruotato il progetto è stata una visita studio per operatori giovanili presso la Città Metropolitana di Venezia, una delle città colpite per prime e con più virulenza da COVID19. Qui abbiamo incontrato diverse realtà che operano nel terzo settore, tra cui educatori, associazioni di volontariato, rifugi per i senzatetto, parrocchie, luoghi di aggregazione culturale e giovanile ecc. Tema centrale del progetto è stata la Casa e l'abitare gli spazi aggregativi e la città, e il modo in cui l'emergenza ha cambiato il nostro modo di viverle. Con il primo lockdown del 2020 per la prima volta nella vita di maggior parte di noi ci siamo ritrovati a vivere 24 ore su 24 nell'ambiente della casa, e nei due anni successivi le nostre abitudini sociali e aggregative negli spazi comuni di paesi e città sono totalmente cambiati. La visita studio ha lavorato in modo parallelo sulla raccolta e condivisione di storie personali e l'incontro e confronto con operatori del terzo settore, mediati ed elaborati attraverso tecniche di storytelling ed etnografia. Durante gli incontri con operatori esterni, invece, gli operatori giovanili hanno avuto modo di mettersi nei panni di persone che hanno vissuto la pandemia come un'esperienza di marginalità, esclusione e solitudine: per esempio richiedenti asilo o ai senzatetto, in situazioni di domiciliazione inesistente o precaria, che si sono trovati ancora di più ai limiti della legalità. Gli obiettivi di questo progetto sono stati allineati agli obiettivi centrali di Erasmus +: Mettersi nei panni degli altri e cambiare punto di vista per aiutare i partecipanti a mettere in prospettiva la propria esperienza personale, sviluppare l'empatia e stimolare la partecipazione attiva nelle proprie realtà di appartenenza, aumentando la comprensione e responsività verso la diversità e fragilità sociale e rendendoli cittadini attivi che contribuiscono all'inclusione sociale; l'elaborazione comune di un evento globale traumatico per coltivare il senso di appartenenza a una comune identità Europe; trasmettere inoltre ai ragazzi e agli operatori giovanili diversi metodi di educazione non-formale, quali storytelling, teatro sociale ed etnografia, riapplicabili nel lavoro nelle proprie organizzazioni e contesti di riferimento, aumentando le competenze personali e professionali.